Un tema che risulta ancora poco trattato in letteratura è il rapporto tra vino e chiesa che evidenzi il ruolo strategico rivestito dal corpo ecclesiale nel consumo, recupero di vitigni a rischio di estinzione e di conseguenza vini sull’orlo della scomparsa: umili e fecondi operai nella vigna del Signore per dirla con Benedetto XVI. Sfogliando le cronache di parroci o monaci operai della vigna, in effetti, se ne incontrano numerosi: dalla fondazione dell’abbazia di Novacella (BZ) già nel XII secolo al salvataggio del Ruchè avvenuto negli anni Sessanta da don Giacomo Cauda a Castagnole Monferrato (AT) o al riscatto del Prié Blanc portato a nuova luce da don Alexandre Bougeat in quel di Morgex (AO).

Sin dalla sua fondazione, che risale al 1142, il monastero agostiniano di Novacella ha potuto contare su svariati vigneti, oltre che su masi agricoli e terreni, grazie alle generose donazioni del brugravio Reginbert di Säben e di sua moglie Cristina, che misero i propri possedimenti a disposizione di Artmanno, vescovo di Bressanone, affinché potesse essere edificato il convento. L’esistenza stessa dell’Abbazia di Novacella è legata per questa ragione sin dalla sua fondazione alla vitivinicoltura. Già nel 1177 papa Alessandro III riconobbe al monastero la proprietà di terreni a vigneto situati nelle immediate vicinanze del complesso monastico e a seguito di donazioni e lasciti l’Abbazia è venuta in possesso di un cospicuo patrimonio di vigneti, nel mezzo dei quali è tuttora immersa. Da allora e senza interruzione vivono e operano canonici regolari di Sant’Agostino. La comunità è composta da 16 confratelli attivi come sacerdoti in 25 parrocchie nel Tirolo del sud e nel Tirolo orientale. L’Abbazia di Novacella gestisce due aziende agricole: la prima, nella sede storica, dispone di 7 ettari a vigneti, 12 ettari a frutteto e 0,2 ettari a erbari; Tenuta Marklhof a Cornaiano che conta su 23 ettari di vigneto, 13 a frutteto e 24 ettari di bosco. A ciò si aggiungono 700 ettari di bosco e 400 ettari di pascoli d’altura destinati in parte a riserva di caccia che fanno capo a una decina di masi. Fino agli anni Ottanta buona parte dei vigneti producevano Schiava, destinata al mercato tedesco. Negli anni la produzione si è riconvertita verso i vini bianchi e delle 850mila bottiglie prodotte circa l’80% e da uve a bacca bianca.

Nella conca di Bressanone di trovano i vigneti posizionati più a nord d’Italia, a un’altitudine variabile tra 600 e 900 metri, su poggi rivolti a sud e sud ovest. Per ragioni commerciali i vini si suddividono in due categorie: linea classica e linea Praepositus, volta a valorizzare i migliori cru e a esprimere al meglio la complessità aromatica. Ad esempio l’annata 2006 del Sylvaner esprime profumi di pera candita e camomilla e un palato di media persistenza dalla coda sapida. Sono gli stessi tratti che si percepiscono nell’annata più giovane, il 2023. Il Riesling del 2006 si apriva con note di confettura di melacotogna e accenti di idrocarburi, poco rinvenibili nella versione più recente, datata 2022 che al palato ha donato memorie di fiori di sambuco. Dal 2020 è stata inaugurata la linea Insolitus, per innovare e sperimentare nuove forme di vinificazione e incontrare il gusto di mercati emergenti. Si tratta di vini elaborati in quantità ridotte che, se considerati coerenti con i desideri dei consumatori, si metteranno in regolare produzione. Tra questi un metodo classico che, c’è da scommetterci, riscuoterà grande successo tra il pubblico. Perlae36, da uve Sylvaner con 36 mesi di sosta sui lieviti possiede delicati cenni mentolati avviluppati su ammiccamenti fruttati che vanno dalla mela verde alla nespola con bollicine sottili e persistenti. Chi ha detto che la chiesa è conservatrice? (kloster-nuestift.it).
Il 2024 ha coinciso per il Ruchè con il cinquantesimo anniversario della prima bottiglia voluta da don Giacomo Cauda. La Vigna del Parroco è oggi condotta da un altro profeta del Ruchè, Luca Ferraris. “Con i guadagni fatti oltreoceano il bisnonno acquistò una cascina che il nonno condusse, ma non trovò continuità con mio padre, che si trasferì a Torino. Tornai in campagna nel 1999, cercando di interpretare le potenzialità di questa terra”. Tra il 2005 e il 2015 ingenti investimenti hanno trasformato il paesaggio delle colline intorno: gli ettari vitati passarono da 50 a 200, riconvertendo i gerbidi a vigneto e sancendo la conoscenza del Ruchè fuori dai confini monferrini. Si narra che don Cauda anteponesse la vigna al suo ministero e avesse ricoperto la parrocchia di debiti. “Che Dio mi perdoni per aver a volte trascurato il mio ministero per dedicarmi anima e corpo alla vigna. Finivo la messa, mi cambiavo in fretta e salivo sul trattore. Ma so che Dio mi ha perdonato perché con i soldi guadagnati dal vigneto alla fine ho creato l’oratorio e ristrutturato la canonica” diceva nei suoi ultimi anni di vita. Se oggi vedesse queste colline ordinate avrebbe tanto altro da aggiungere per il suo perdono. Ferraris coltiva tuttora Vigna del parroco, interrata da don Cauda nel 1964, ovvero la vigna più vecchia interamente coltivata con questa varietà, rivolta a nord est: un cru a tutti gli effetti. Ottiene da essa, con vendemmia manuale –“essendo stata piantata cinquant’anni fa, non è pensata per la vendemmia meccanica”- un vino luminoso, rubino e con sfumature porpora che regala al naso esaltanti aromi di rosa e geranio, ciliegie e susine. Dal sapore asciutto, le annate dal 2010 al 2013 hanno evidenziato una notevole stoffa e buona persistenza (ferrarisagricola.com).

Di don Alexandre Bougeat se ne occupò Mario Soldati in Vino al vino, descrivendo i suoi viaggi avvenuti tra il 1968 e il 1975. Descrisse il Prié Blanc come fresco, sottile, delicato, lievissimamente profumato lasciando parlare l’abate: “Le vigne richiedono una cura eccezionale. La vite normale, in pianura o in collina, comincia a dare i suoi frutti dopo due anni o tre che è piantata. Qui ce ne vogliono dieci! Cresce soltanto qui, sui versanti a sinistra della Dora, nei comuni di Morgex e di La Salle, in mezzo alle rocce che conservano il calore del sole”. Un vino le cui vigne sono piantate a oltre 1000 metri, tanto in alto da toccare le porte del paradiso. Don Bougeat inizi a migliorare la lavorazione di questo vino, che sino ad allora veniva utilizzato per il consumo familiare e nelle trattorie del paese. Nel 1964, dopo avere ristrutturato la cantina della canonica, si confronta con i vignaioli e li stimola ad ammodernare il metodo per ottenere il vino. Nel 1968 spumantizza il Prié Blanc e ottiene il metodo classico più alto in Europa, che verrà ripreso nel 1983 dalla cantina cooperativa. Fonda inoltre la Association des viticulteurs, garantendo la continuità del lavoro contadino di montagna e la prosecuzione della coltivazione del Prié Blanc. Nel 1985 Piero Brunet acquista da Marie Bougeat, sorella del curé, alcuni dei vigneti messi a coltura vent’anni prima. Ancora oggi Brunet le coltiva ottenendo un vino color bianco carta dai leggeri profumi di camomilla, sapido e secco (cm-granparadis.vda.it).
Foto in evidenzaAbbazia di Novacella_Photo credits ©Hannes Ochsenreiter


